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Ransomware, è meglio pagare

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Ransomware: se vi capita, pagate.

A dare agli utenti il suggerimento quanto meno disarmante sono stati, nelle ultime ore, gli stessi esperti di sicurezza informatica dell’Fbi, che a fronte dell’evoluzione esponenziale delle tecniche di elaborazione del malware specificamente legato al mondo dei ricatti in Rete non hanno trovato di meglio che indicare ai malcapitati la strada più breve per risolvere una delle criticità al momento più diffuse in Internet.

Probabilmente, inoltre, si tratta anche della soluzione più economica.

Una rapida panoramica sugli standard raggiunti dai ransomware dimostra infatti come, dinanzi alla minaccia e al danno da questi prospettati, l’azione dei comuni strumenti antimalware è pressoché inutile.

Partendo dalla Russia, una delle alternative più interessanti al tradizionale modello è Ransomcrypt.U: il malware sostituisce le chiavi crittografiche salvate online con una nuova chiave Rsa pubblica, salvata offline nei metadati dei file criptati; dopodiché un messaggio automatico comunica all’utente la presa in ostaggio dei dati, aprendo contemporaneamente un canale di comunicazione via mail per il pagamento del riscatto richiesto e per l’eventuale ottenimento della chiave privata necessaria a decriptare i documenti.

Chimera, invece, di cui ancora non è nota l’origine geografica, esibisce un’architettura e un funzionamento più tradizionali ma è decisamente originale nella minaccia: chi non paga la cifra richiesta rischia di vedere pubblicati online i dati sensibili trafugati.

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