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Smart City sotto attacco

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Canale Sicurezza - Ddos Attack

Attacco Dyn, trascorso qualche giorno è possibile valutare con lucidità l’accaduto, e prendere atto che la sicurezza delle infrastrutture informatiche, oggi, nel mondo, è ai minimi storici. Troppe le sfide e troppi i rischi perché l’industria della security, e soprattutto il comportamento degli utenti, possano adeguarsi in tempi rapidi alla nuova condotta che il livello di allerta richiederebbe.

Al centro delle criticità l’Internet of things: un esercito di oggetti intelligenti in vario modo interconnessi alla Rete che, secondo i dati Gartner, attualmente conta 7 miliardi di device operativi e che, lo scorso venerdì, sulla costa est degli Stati Uniti, si sono improvvisamente trasformati in botnet capaci, attraverso tre differenti attacchi, di mandare ko i server di Dyn, un’azienda con base in New Hempshire responsabile dell’indirizzamento del traffico di alcuni dei nomi più grandi dell’It, come Amazon, e dei servizi online di clienti del calibro del New York Times e di Twitter.

Con origine ignota (la Casa Bianca parla dei soliti russi, altri ancora tirano in ballo Wikileaks) l’attacco è stato classificato dagli esperti come appartenente alla categoria Ddos e si sarebbe propagato, appunto, grazie alle richieste di indirizzamento fasulle partite da centinaia di migliaia di smart objects oppurtunamente pre infettati con il malware Mirai.

Se per Ddos ancora non si può parlare di prevenzione garantita, la security viene invece deliberatamente trascurata nel caso di WhatsApp e Telegram. Almeno stando all’allarme lanciato dalla società milanese InTheCyber, secondo gli esperimenti della quale per violare un account di una delle due piattaforme è sufficiente conoscere il numero di telefono associato. Una sciocchezza considerato il livello di connettività media attuale. WhatsApp e Telegram lo sanno. Ma rispondono che si tratta di un problema delle telco.

 

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